giovedì 17 luglio 2014

Misterioso cratere in Siberia - Alieni o fenomeno naturale?

"E' stato inviato un team di scienziati sul posto", hanno spiegato i media locali. La causa dell'improvvisa comparsa del buco (largo 262 metri) in Yamal, "la fine del mondo", ancora non è noto.

Ecco le straordinarie immagini aeree che mostrano un cratere misterioso largo fino a 262 metri, in Siberia, nella penisola di Yamal della Russia settentrionale. "

C'è chi ha pensato subito agli extraterrestri. In realtà, potrebbe essere stato l'esplosione di gas sotto la superficie, che poi è esplosa come un tappo di champagne.
Fonte: TGCOM24 Mediaset

giovedì 10 luglio 2014

Scoperto dente da latte di bambino di 600mila anni fa a Isernia



Un dente da latte. È la testimonianza diretta del bambino più antico d’Italia («almeno quello finora ritrovato»), risalente a 586mila anni fa.


Si tratta di un primo incisivo superiore sinistro da latte di un bimbo deceduto all'età di circa 5-6 anni, vissuto per brevissimo tempo in quella che oggi viene considerata dagli studiosi come una delle comunità più antiche, se non «la più antica» d'Europa, vale a dire il cosiddetto Uomo di Isernia, riferibile al grande gruppo di Homo heidelberghensis comparso in Europa a partire da 600mila anni da oggi.

Il minuscolo reperto umano, grande appena sette millimetri, è riaffiorato in una porzione del vasto giacimento paleolitico “La Pineta” di Isernia, cuore dell’area di scavo, legata al nuovo Museo nazionale del Paleolitico di Isernia. Il ritrovamento risale a due mesi fa, durante una campagna di scavo condotta dalla Soprintendenza ai beni archeologici del Molise e dall'Università di Ferrara, sotto la direzione scientifica di Carlo Peretto. Ma la notizia è stata data solo ieri, alla conclusione delle prime analisi. Una scoperta che gli esperti non hanno dubbi a definire «straordinaria». Innanzitutto perché fino ad oggi da questo sito, la cui scoperta risale comunque a ben oltre trent’anni fa, erano emerse sì tracce del passaggio dell'uomo, ma non erano mai stati trovati resti umani diretti. Poi, perché questo reperto documenta una fase preistorica di cui ad oggi «non si conosce nulla in Europa», avverte con un pizzico di emozione Carlo Peretto.

A parte la mandibola umana rinvenuta a Mauer in Germania con una attribuzione cronologica di circa 600 mila anni fa, in Italia non sono mai stati trovati resti umani riferibili all’Homo heidelbergensis, antenato dell'Homo di Neanderthal, che in Europa scompare a partire da 40mila anni da oggi, lasciando poi spazio all’Homo Sapiens. «Il dente da latte non è caduto naturalmente, perché ha ancora la sua radice completa, non riassorbita - avverte Peretto - a dimostrazione che il bimbo è morto, e il dente si è staccato in epoche successive». In quest’epoca la mortalità infantile era molto alta. Stabilire il sesso dell’infante sarà difficile, troppo piccolo il reperto per effettuare prelievi di Dna. Eppure, il dente riesce ad anticipare qualche dettaglio sull’ identikit del bambino.

L’IDENTIKIT
«Il dente si presenta abbastanza usurato sulla superficie, segno che il bambino ha seguito un’alimentazione coriacea, dura - dice Peretto - Ma dobbiamo ancora fare indagini microscopiche a scansioni sulle strie del dente per capire esattamente quale poteva essere la dieta, il tipo di masticazione e il materiale masticato». È chiaro che dai reperti dello scavo, i paleontologi sanno che l’apporto di carne doveva essere notevole, vista la quantità di rinoceronti, bisonti, elefanti, cervi e altre specie ritrovate nel giacimento nel suolo frequentato da questa comunità umana. Ma non si può escludere che facesse uso di frutta, semi, tuberi. Arduo ancora decifrare le cause della morte del bimbo, a meno che non vengano trovate ossa con particolari patologie («ma nella ricerca non si esclude mai nulla», dice Peretto). «Il dente del bambino dunque rimanda ad una fase di grande transizione avvenuta in Europa, legate all’attività umana di lavorazione della pietra, di scheggiatura e costruzione di strumenti litici. «Certo è che il dentino dà comunque un senso di tenerezza a tutta la scoperta», riflette Peretto. Da un reperto così piccolo, una storia così grande.



Fonte: Il Messaggero.it - Spettacoli e Cultura

Porto, archeologi svelano cantiere navale e residenza marmorea di Traiano



Le dimensioni dovevano essere imponenti, quasi colossali, che potrebbero competere oggi con i cantieri navali delle più moderne città portuali del terzo millennio. Solo i resti di pilastri crollati, agli occhi esperti degli archeologi, lasciano intuire un’altezza delle murature delle aule di oltre dodici metri, ma senza contare le volte delle coperture. Nella vasta area di scavo dell'antica città di “Portus” (Porto a Fiumicino), il grandioso insediamento portuale voluto dagli imperatori Claudio e Traiano e sviluppatosi tra il I e il II secolo d.C., ad aver entusiasmato gli archeologi è il complesso architettonico identificato con i cosiddetti “Navalia” imperiali, ossia gli arsenali di Traiano, un edificio che poteva avere anche una funzione militare. «Finora le indagini avevano raggiunto i livelli delle strutture più tarde, frutto di rimaneggiamenti successivi, che avevano documentato le fasi di abbandono - racconta Renato Sebastiani funzionario della Soprintendenza archeologica e responsabile dell’area - ma ora abbiamo trovato i piani originali dell’età di Traiano, strutture che hanno tutte le caratteristiche per essere identificate come arsenali». Ecco svelato, dunque, il gioiello architettonico del porto: «Un monumentale edificio - avverte Sebastiani - che si ergeva sull’istmo di terra tra le acque del molo di Claudio e il bacino di Traiano, caratterizzato da gigantesche navate alte oltre dodici metri, scandite da possenti pilastri che oggi possiamo ricostruire dai reperti crollati». Con uno sforzo di immaginazione, bisogna ricordare come questo sito fosse il nuovo porto imperiale (dopo Ostia) al servizio di Roma, animato da frenetiche attività. E l’edificio oggi identificato con i “Navalia”, nei secoli ha subito gradualmente delle trasformazioni.



LO SCAVO

A descriverne le fasi, in un viaggio a ritroso nel tempo, sono proprio i dati emersi dallo scavo. «Abbiamo rinvenuto delle tombe che risalgono alla fase più tarda - avverte Sebastiani - Poi abbiamo riportato alla luce i livelli di strutture identificate come magazzini, e ora abbiamo trovato i piani originali di epoca traianea, di quelli che sembrano essere effettivamente gli arsenali». Fervono i lavori in questo sito in consegna alla Soprintendenza, che di recente è stato visitato dal ministro per i Beni culturali Dario Franceschini che ha annunciato l’apertura entro l’estate di una conferenza di servizi per definire un piano strategico di valorizzazione dell’area. Annunci a parte, comunque, i fasti della città imperiale stanno riaffiorando in un virtuoso scavo internazionale che grazie alle convenzioni della Soprintendenza vedono schierati l’équipe dell’École française e quella della University of Southampton, diretta da Simon Keay. Se a novembre 2013 gli studi di Keay avevano potuto elaborare una prima ricostruzione del grandioso palazzo imperiale, ora riaffiora una nuova zona residenziale del palazzo, con uno spazio adibito a latrina, che potrebbe articolarsi su tre piani. Sono stati trovati infatti una serie di ambienti sontuosi, riccamente decorati, con pavimenti in opus sectile, caratterizzati cioè da tarsie marmoree, e porzioni di splendidi mosaici con intarsi in pasta vitrea policromi. Una stanza, poi, una sorta di disimpegno, sta restituendo in questi giorni un mosaico a tessere bianche con il bordo impreziosito da raffinati disegni di motivi a spirali intrecciate, con intarsi gialli e neri. «Il Palazzo imperiale era il cuore amministrativo del porto - conclude Sebastiani - Affacciava sul mare, rivolto al molo di Claudio. Qui forse risiedeva il prefetto del porto, e il comando della flotta. Qui soggiornava l’imperatore». Un tesoro che regala sempre sorprese.



fonte: Il Messaggero.it - Spettacolo e Cultura

lunedì 26 maggio 2014

Ecco i cinque terremoti che cambiarono Roma

E se il Colosseo è stato «modificato»? Se il Tempio di Marte Ultore o quello di Venere Genitrice sono stati «cambiati»? Quanti segreti cela un rudere?
Quali risvolti storici possono emergere da colonne spezzate, volte crollate, pavimenti di mosaici ribaltati, cortine di mattoni lesionate? C’è tutto un retroscena scientifico oltre l’apparente degrado. Ad un occhio esperto, certo, possono rivelare dati fondamentali per ricostruire una inedita storia sismica di Roma nell’antichità. Cioè, rintracciare le testimonianze «dirette» di terremoti che le fonti letterarie non avevano mai raccontato prima.

LE PROVE
A svelarlo è lo studio condotto per quindici anni da Fabrizio Galadini ricercatore dell’Istituto nazionale di geologia e vulcanologia, che in stretta collaborazione con la Soprintendenza ai beni archeologici di Roma guidata da Mariarosaria Barbera, ha rimappato le tracce archeologiche di terremoti a Roma tra il VI e il IX secolo d.C. Arrivando ad una conclusione: quanto noi oggi vediamo è in parte il risultato di danni sismici, dal Colosseo al Tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto. «Le scosse sismiche hanno contribuito in misura massiccia a modificare il paesaggio urbano della Roma antica, alimentando la formazione di contesti di ruderi o comunque degradati - avverte Galadini - In sostanza, proprio per l'elevata vulnerabilità dei fabbricati di età plurisecolare, spesso privi di manutenzione per secoli o addirittura spoliati, è possibile che gli effetti dei terremoti del passato siano stati superiori a quelli meglio noti dalle fonti storiche relative ai sismi più recenti avvenuti nel 1703 e nel 1915». I risultati sono stati presentati per la prima volta al Museo di Palazzo Massimo, nel ciclo di conferenze del Fai.

LE FONTI
Le fonti scritte citano cinque terremoti per il periodo compreso tra il VI e il IX secolo (443, 484, 508, 801, 847) ma non sono riportati i danni specifici in riferimento a ciascun sisma. Le prove archeologiche completano ora l'informazione storica. «Le tracce più emblematiche riaffiorano da scavi archeologici recenti - dice Galadini - da cui sono emerse ingenti unità di crollo, veri e propri cumuli di macerie che testimoniano in modo inequivocabile del collasso improvviso degli edifici. Come dimostrano i sotterranei di Palazzo Spada, dove emergono porzioni di straordinari pavimenti decorati a mosaico di due ambienti disposti in giacitura in seguito al crollo repentino di un edificio sotto le scosse dei terremoti tra il 484 e il 508». Così come le macerie rinvenute nello scavo dell’Auditorium di Adriano a piazza Madonna di Loreto, nei sotterranei di Palazzo Valentini nell’area della piccole terme, e di Villa Medici.

Ma tracce «vistose» provengono dal Tempio di Venere Genitrice nel Foro di Cesare, e di Marte Ultore al Foro di Augusto, dove un frammento di colonna ha svelato in una incisione il nome di «Decius Venantius», lo stesso patrizio che sanò, a spese sue, gli ingenti danni del terremoto generati al Colosseo nel 484. L’Anfiteatro Flavio ha sofferto i terremoti del 443, 484-508, ma anche del 1349 col collasso delle arcate esterne nel settore meridionale.

L’EPICENTRO
«I terremoti del 484 e 508 ha generato danni a Roma, ma le indagini geologiche consentono oggi di ipotizzare che il terremoto si sia originato nel settore appenninico - riflette Galadino - Le indagini hanno consentito di riconoscere l’epicentro nella faglia del Fucino, nella zona di Avezzano, e gli scavi archeologici ad Alba Fucens hanno evidenziato la distruzione di questa antica città proprio tra V-VI secolo d.C.».

Fonte: IlMessaggero.it

Pantheon, svelato il segreto della cupola

«Immaginate quale impressione poteva suscitare negli spettatori la visione dell’imperatore Augusto che, nel momento esatto di varcare la soglia del Pantheon, veniva illuminato dai raggi del sole come da un riflettore di scena!».
È Eugenio La Rocca, storico sovrintendente ai Beni culturali del Comune di Roma (da quando era sindaco Francesco Rutelli fino al sodalizio con Walter Veltroni), nonché professore ordinario de La Sapienza e curatore della mostra blockbuster «Augusto» alle Scuderie del Quirinale, a svelare i retroscena di uno spettacolo astronomico unico. Uno show ben congegnato, su progetto del primo imperatore di Roma, e che si manifestava in un solo giorno dell’anno. Ma non una data qualsiasi (perché nulla nelle imprese architettoniche e urbanistiche della Roma antica è lasciato al caso).

Bensì, il 21 aprile, a mezzogiorno. Coordinata emblematica che rimanda al Natale di Roma, la fondazione della città eterna per volere di Romolo. Fino ad oggi la cupola mozzafiato del Pantheon (monumento eretto sotto Augusto, poi ricostruito da Adriano nella prima metà del II sec. d.C.) ha stimolato fior di studi, ma anche innumerevoli leggende e curiosità legate al suo «oculo», quell’unica finestra circolare (del diametro di nove metri) che si apre al centro della cupola titanica. Ebbene questo «opaion» (per dirla con gli antichi) ha un significato archeo-astronomico ben preciso che è stato ricostruito e documentato da La Rocca, mettendo in relazione per la prima volta una serie di fonti con recenti scoperte archeologiche. Lo studio è stato presentato ieri nel corso di una conferenza presso la Biblioteca Vallicelliana dal titolo «Augusto nel Campo Marzio settentrionale».

LA PORTA DI BRONZO
«I raggi del sole, fluendo dall’oculo, colpiscono tuttora le pareti del tempio proprio come un riflettore di scena, scandendo il passare delle stagioni ed evidenziando in determinati giorni e in determinati orari le edicole e le esedre - racconta La Rocca - Ma la fascia luminosa si dirige e colpisce perfettamente la porta d’ingresso del Pantheon nel giorno del 21 aprile, la nascita di Roma: a mezzogiorno esatto, il faro di luce centrava, e centra ancora oggi, l’ingresso del tempio». Che fosse un fenomeno solare legato ad Augusto lo confermano le recenti scoperte, nell’area antistante il Pantheon, delle originarie scale del tempio di età augustea: «Questi reperti testimoniano che il Pantheon rifatto da Adriano, cioè quello che vediamo oggi, ha preservato l’orientamento verso Nord - riflette La Rocca - E sempre dell’edificio augusteo conserva anche la monumentale porta di bronzo. Pertanto ci sono tutte le motivazioni per supporre che il fenomeno dei raggi solari riguardasse anche il Pantheon di Augusto, eretto com’è noto da Agrippa amico e genero di Augusto, che dovremo immaginare di conformazione simile, anche se di struttura meno complessa, ma con la stessa tipologia della facciata». E perché questa mise-en-scène? «È il programma politico di Augusto - evidenzia La Rocca - restituire la sua figura come nuovo fondatore della città, nel segno della pace». Un autentico «teatro solare».

Fonte: IlMessaggero.it