domenica 16 gennaio 2011

In Irlanda c'è la «razza» dei giganti - È stato scoperto il loro Dna

Alcune famiglie dell'Ulster hanno in comune un gene apparso 1.500 anni fa responsabile della malattia
Un Tumore benigno dell'ipofisi produce un'eccessiva quantità di ormone della crescita

LONDRA - A 19 anni veniva accolto a Londra come una star, a 22 moriva di alcol: è la storia di Charles Byrne, il «gigante irlandese» divenuto uno dei più celebri fenomeni da baraccone nella Gran Bretagna della fine del Settecento, il cui Dna è servito a mappare le origini del gigantismo. Una nuova ricerca ha svelato infatti che Byrne e alcune famiglie che ancora oggi risiedono in Ulster hanno in comune un gene mutante apparso 1.500 anni fa responsabile della malattia.

LA RAZZA DEI GIGANTI - La «razza dei giganti», come la definisce oggi l'Independent, sarebbe confinata in una piccola zona dell'Irlanda del Nord che gli studiosi preferiscono mantenere segreta proprio per proteggere chi è affetto dall'anomalia. Le quattro famiglie in cui è stato identificato il gene, hanno in generazioni recenti dato origine a sei «giganti» di oltre due metri di altezza e a altre persone affette da disturbi della crescita. A rendere i «giganti» diversi è un gene mutante che fa sì che già da bambini questi vengano colpiti da un tumore benigno dell'ipofisi che produce un'eccessiva quantità di ormone della crescita. Quando invece il tumore si sviluppa in età adulta, risulta in una crescita anormale della fronte, della mascella, delle mani e dei piedi, un disturbo chiamato acromegalia. In entrambi i casi i soggetti spesso soffrono di forti mal di testa e di problemi alla vista in quanto il tumore fa pressione sul nervo ottico.

Fonte: Il Corriere della Sera

lunedì 13 dicembre 2010

Mistero Gioconda - Simboli negli occhi

Forse numeri e lettere. La scoperta del comitato che trovò le ossa di Caravaggio
ROMA - Nasconderebbero anche misteriosi simboli gli occhi della Gioconda di Leonardo, due lettere piccole piccole, volutamente celate in ognuna delle pupille della fascinosa dama la cui identita', dopo piu' di cinquecento anni, aspetta ancora di essere svelata. A sostenerlo sono gli esperti del Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni storici, culturali e ambientali, (quello che ha fatto parlare di se' negli ultimi mesi per il ritrovamento dei resti di Caravaggio), impegnati da qualche settimana nel tentativo di dare un nome alla protagonista del quadro piu' celebre e piu' celebrato, ma anche piu' misterioso del grande artista toscano. E un terzo simbolo, forse due lettere, forse due numeri, sarebbe nascosto anche in un altro punto del quadro, sotto la prima arcata a destra del ponte che fa da sfondo al ritratto della Gioconda.
Ad occhio nudo e' difficile notarlo, ma l'ingrandimento dell'immagine, spiega il presidente Silvano Vinceti, rivela la presenza nell'occhio destro della modella (sinistro per chi guarda il quadro) ''la presenza di un monogramma che sembra essere 'LV', forse proprio le iniziali di Leonardo''. Diversi ma ancora piu' difficili da decifrare i caratteri riconoscibili all'interno dell'occhio sinistro della modella (il destro per chi guarda la tela): in questo caso, secondo Vinceti, potrebbe trattarsi di 'CE' o semplicemente di una 'B'. Quanto ai segni nascosti sotto l'arcata del ponte sembrano due numeri, '72', che potrebbero pero', dice, anche leggersi rovesciati.. e in questo caso si tratterebbe di una L e di un 2. Come gia' lo furono per le ossa del povero Caravaggio, riportate con tutta solennita' questa estate a Porto Ercole, gli esperti del comitato guidato da Vinceti sono certissimi della loro scoperta, che si deve peraltro, raccontano, al contributo casuale di un bidello pugliese, Luigi Borgia, che li ha convinti ad un esame piu' attento del dipinto: ''Abbiamo fatto esami dettagliati e chiesto la consulenza di pittori esperti'', racconta Vinceti, ''tutti hanno confermato che questi segni non possono essere stati fatti per caso o per errore, sono stati inseriti volutamente dal pittore''.
Resta il fatto che nessuno dei tantissimi specialisti di Leonardo si era mai accorto della presenza di simboli nello sguardo della pur enigmatica Gioconda, cosi' come negli altri quadri di Leonardo. ''Dopo la scoperta abbiamo sottoposto ad esame anche la Dama con l'Ermellino - sottolinea Vinceti - e nei suoi occhi non abbiamo trovato nulla''. Pero' e' un fatto, dice, che la Gioconda e' un quadro particolare nella produzione di Leonardo, cominciato intorno al 1490 e finito molti anni dopo. Un quadro, ricorda Vinceti, ''che il grande artista porto' a lungo con se' e al quale sicuramente attribuiva un valore particolare, non era un semplice ritratto, aveva un significato filosofico, con quest'opera Leonardo voleva lasciare una testimonianza che andasse oltre la pittura''. La ricerca prosegue. A giorni la scoperta verra' illustrata in una conferenza stampa, annuncia il presidente del comitato, con nuove rivelazioni, anticipa, anche sull'identita' della Gioconda. Intanto, tra simboli esoterici e dame misteriose, la vicenda e' di quelle che potrebbero stimolare la fantasia di un Dan Brown.
di Silvia Lambertucci - fonte ANSA

domenica 14 novembre 2010

Viaggio all’origine dell’Universo


Ricreate le temperature del Big Bang
Al Cern di Ginevra, dove gli scienziati cercano la «particella di Dio»»
MILANO - Nel superacceleratore Lhc del Cern di Ginevra sono riusciti a riprodurre le condizione dell’Universo quando aveva appena 10 milionesimi di secondo; cioè un battito di ciglia dopo il Big Bang, il grande scoppio iniziale da cui tutto ha avuto origine. «È un autentico record mondiale», spiega Paolo Giubellino, dell’Istituto nazionale di fisica nucleare alla guida dell’esperimento Alice, «perché mai prima d’ora si erano realizzate condizioni simili». Si tratta di un plasma formato da gluoni e quark, costituenti di protoni ed elettroni, e l’hanno ottenuto scontrando fra loro 208 nuclei di piombo riuniti in due fasci che correvano l’uno contro l’altro ciascuno con un’energia di 2,75 Tev. Nell’impatto i nuclei si sono schiantati così violentemente da sbriciolarsi nei loro componenti di base, quark ed elettroni appunto, creando il plasma osservato registrando una temperatura centomila volte superiore a quella esistente nel cuore del nostro Sole. Questo passaggio i fisici lo chiamano «transizione di fase»; un processo analogo a quello che possiamo realizzare anche noi quando mettiamo l’acqua nel freezer per formare i cubetti ghiaccio.

L'ESPERIMENTO - «In passato si era prodotto qualcosa di simile nei laboratori americani di Brookhaven», precisa Giubellino, «ma l’energia da noi raggiunta è stata 14 volte superiore la loro e ciò è determinante perché consente di riprodurre e di conseguenza vedere più in dettaglio quel mondo primordiale che vogliamo indagare per comprendere le fasi iniziali della nascita del cosmo». Le prime immagini dovrebbero essere diffuse lunedì assieme ai comunicati ufficiali dopo una seconda notte di test compiuti in modo più completo con tutti i rilevatori in funzione. E si continuerà così per altre quattro settimane raccogliendo dati che saranno analizzati approfonditamente nei mesi prossimi. Ma intanto il risultato è stato conquistato ed è quello che volevano gli scienziati impegnati con Alice, che è uno dei quattro esperimenti installati nell’anello sotterraneo di 27 chilometri a cavallo del confine franco-svizzero e che forma l’acceleratore Lhc. Anche gli altri due esperimenti Atlas e Cms hanno ricavato le stesse informazioni, ma per loro l’obiettivo è diverso dovendo arrivare alla stessa meta scontrando fra loro solo protoni. E poi giungere all’identificazione del bosone di Higgs, vale a dire la famosa «particella di Dio».

OBIETTIVO - «Il nostro obiettivo, invece», nota Paolo Giubellino, «è un altro. Alice è stato concepito e costruito proprio per riprodurre e studiare le proprietà della materia nello stato in cui si trovata immediatamente dopo il big bang». Al Cern si lavora a ritmi sostenuti prima di doverlo spegnere per interventi di sistemazione. «Ma gli ultimi passi compiuti già ci proiettano», sottolinea Sergio Bertolucci, direttore delle ricerche al centro ginevrino, «in una eccitante nuova frontiera».

Fonte: Corriere della Sera

Spazio, scoperte due super bolle


Immagine dal 'Fermi', forse dopo colossale eruzione buco nero
- Si estendono per circa 50.000 anni luce, circa meta' del diametro della Via Lattea, e sono probabilmente le ceneri di una colossale 'eruzione' del buco nero al centro della nostra galassia. Sono due gigantesche bolle di energia scoperte dal satellite Fermi al quale l'Italia partecipa a fianco della Nasa con Agenzia Spaziale Italiana(Asi), Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) e Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf). Le bolle sono visibili in una foto diffusa dalla Nasa.
Fonte: ANSA

venerdì 24 settembre 2010

Torna l'allarme della Nasa: 2013, la tempesta solare potrebbe distruggere le nostre reti informatiche


Il picco di attività stellare distruggerà le nostre reti informatiche
Secondo la Nasa, le nostre reti informatiche e quelle elettriche potrebbero essere distrutte dal picco di attività solare previsto per i prossimi anni.
Il primo allarme era già stato lanciato dalla Nasa a giugno: le eruzioni solari potrebbero generare una tempesta magnetica in grado di causare un black-out sulla Terra. Satelliti, linee elettriche, trasporto aereo, sistemi finanziari. Nei mesi scorsi a Washington, non a caso si è aperto il Forum sul Clima Solare promosso dalla Nasa in cui protagonista è proprio il picco di attività stellare. Secondo Richard Fisher, scienziato della Nasa «la nostra società tecnologica ha sviluppato una sensibilità alle tempeste solari senza precedenti». Siamo, infatti, dipendenti dalle apparecchiature elettroniche. L’onda di particelle, tra i suoi effetti, potrebbe sortire anche quello di mandare in tilt i nostri satelliti.
Potremmo, nell’arco di poco tempo restare al buio, senza energia elettrica e comunicazioni. «Il primo segno di pericolo verrebbe quando le radiazioni iniziassero a disturbare segnali radio e dispositivi GPS. Dieci o venti minuti dopo, i satelliti commerciali che trasmettono conversazioni telefoniche, TV ed informazioni di ogni genere sarebbero praticamente spazzati via», ha detto Tom Bogdan, scienziato che ha sviluppato un modello matematico per rappresentare quello che potrebbe accadere.
L'allarme è stato rilanciato anche dal Ministro della Difesa britannico, Liam Fox, che pochi giorni fa ha annunciato uno studio mirato a proteggere le reti internazionali: un simile black-out provocato dal sole potrebbe essere sfruttato da organizzazioni terroristiche per attaccare sistemi locali e internazionali. Questo annuncio sottolinea quanto siano preoccupati i Governi: non si tratterebbe quindi di un'apocalisse alla 2012 ma di un evento le cui possibili conseguenze devono essere prese in considerazione fin da ora.
Fonte: Yahoo Notizie