venerdì 17 aprile 2015

Perché il Venerdì 17 porta sfortuna



Se vi state chiedendo perché venerdì 17 porti sfortuna (o se preferite, sfiga) ecco una spiegazione che a noi che siamo attenti alle parole e giochi di parole ci convince più di altre.

Partiamo da lontano. Nell’antica Roma i sarcofagi funerari avevano incisa la parola latina VIXI cioè “ho vissuto” cioè “sono morto”, che poi successivamente fu sostituito con l’acronimo latino RIP che significa riposa in pace o in inglese Rest in peace; in latino invece l’acronimo era Requiescat in Pace appunto riposa in pace.

E quindi? Calma, ci arriviamo.
 
I latini notarono che VIXI era l’anagramma di XVII cioè il numero romano 17. Per questa ragione si iniziò a pensare che il XVII (il 17 appunto) portasse sfortuna e quindi era meglio evitarlo quanto più possibile e in qualunque occasione ed evitare le date che cadessero proprio durante quel giorno del mese sia per eventi che per occasioni particolare. Perché poi solo il venerdì e non altri giorni della settimana perché proprio il venerdì è il giorno in cui fui crocifisso Gesù.

 
Ma se venerdì (17) per alcuni è sfortunato in altre culture il venerdì è un giorno positivo come raccontato anche in molte canzoni. Pensate all’espressione Thanks God it’s friday (ecco un altro acronimo: TGIF) cioè grazie a Dio è venerdì di cui vi abbiamo già raccontato la storia, le spiegazioni e le origini in questo articolo.

In altre paesi, come quelli anglosassoni, invece si crede che il venerdì sfortunato sia il 13, legato invece (a proposito di misteri) al ricordo della notte nella quale furono arrestati i Cavalieri Templari.

E voi siete superstiziosi?
Nel corso del 2015 Venerdì 17 si verifica ad Aprile e Luglio

Nel corso del 2016 Venerdì 17 si verifica a Giugno

Nel corso del 2017 Venerdì 17 si verifica a Febbraio, Marzo (due volte di fila!) e Novembre


di: enigma

giovedì 9 aprile 2015

Ritrovata la tomba di Gesù: era sposato e con un figlio?


Lo scoop della notizia che stiamo per darvi non è tanto che sarebbe stata ritrovata la tomba di Gesù, quanto che all'interno non sarebbe stato solo, ma avrebbe condiviso il sepolcro con moglie e figlio.
La notizia, che arriva dal The Independent, sta facendo il giro del mondo, dopo che Aryeh Shimron, professione geologo, ha dichiarato di avere in mano delle "prove virtualmente inequivocabili" riguardanti la sepoltura di Gesù Cristo. Prove che oltre a che, oltre ad indicarne il sito esatto in cui è stato sepolto, dimostrano che la tomba sia stata condivisa con sua moglie Maria Maddalena e suo figlio, Judah.
Il sito esatto - con tanto di prova fotografica - si troverebbe a Gerusalemme, zona orientale, nellaTomba di Talpiot, sito funebre scoperto nel 1980 a 5 chilometri della Città Vecchia. 
All'interno del sepolcro, sono stati rinvenuti nove ossuari, sulle quali sono presenti iscrizioni che recitano le parole "Gesù figlio di Giuseppe", "Maria" ed altri nomi associati al Nuovo Testamento. Proprio da queste iscrizioni sarebbero state fatte le prime teorie che vedono Gesù sposato e con un figlio, oltre al fatto che la presenza di resti proverebbe che la Resurrezione non è mai avvenuta.

Queste tesi sono da anni molto dibattute, ma oggi il Dr. Shimron è convinto di poter portare nuovi tasselli alla storia: si tratterebbe del rinvenimento di un decimo ossario, probabilmente trafugato dalla Tomba di Talpiot prima della sua scoperta: si tratta di una "bara" di marmo acquistata da un collezionista israeliano nel 1970. Sulla bara, inoltre, ci sarebbe un' incisione in Aramaico che recita"Giacomo figlio di Giuseppe fratello di Gesù", avvalorando così la tesi che la tomba sia di Gesù Cristo e la sua famiglia. 
Per confermare la sua tesi,  il geologo ha svolto circa 150 test geochimici su vari campioni provenienti da 25 differenti ossuari (15 dei quali provenienti da altre sepolture della zona) trovando sull'ossuario perduto tracce di magnesio, ferro e silicio che sono perfettamente compatibili con quelle della "tomba di Gesù".
Fonte: Scritto da Angela Iannone | Yahoo Notizie

Forestale, un fascicolo parla di fate

Lo studio iniziato 15 anni fa contiene verbali, immagini, informazioni che riguardano 'incontri ravvicinati' con esseri ignoti: tutti concentrati nell'Appennino tosco-romagnolo
Un fascicolo dedicato all'ignoto, iniziato 15 anni fa e gelosamente custodito dalla Guardia Forestale. E' la stravagante e un po' inquietante scoperta nella quale si è imbattuta l'Adnkronos: pagine di testimonianze e fotografie raccolte in una cartellina verde del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali dal titolo esaustivo: "Gnomi e fate dei boschi". Qui c'è tutto: informazioni, segnalazioni e materiale d'ogni tipo che riguarda esattamente quello che il suo titolo evoca. E cioè avvistamenti stranamente concentrati in un'area ben precisa, l'Appennino tosco-romagnolo, con alcuni suoi comuni, come San Piero in Bagno e Bagno di Romagna.
L'Adn ha curiosato e in alcuni casi c'è da "preoccuparsi". Inquieta ad esempio la fotografia scattata da G.F., banchiere di Cesena, in viaggio di notte con la moglie per raggiungere la sua baita all'interno della Foresta della Lama, nell'Appennino forlivese. Costretto a fermare l'auto e a scendere dalla vettura per montare le catene da neve ha visto “qualcosa”, un essere dalla sembianze umane, carponi e intento a mangiare neve.

La sua fotografia, nel fascicolo della Forestale è classificata come “elfo” per via delle orecchie allungate che si intravedono. La foto è sfocata, il negativo mai consegnato, ma secondo alcune fonti "il testimone sarebbe una persona seria e attendibile". Che poi quello sia proprio un elfo, tutto da dimostrare. C'è chi invece è convinto che si tratti di un poltergeist, lo spirito di un ragazzino morto anni prima ucciso da un mugnaio e che si aggira senza pace nella zona. Insomma, le interpretazioni non mancano. E il materiale raccolto è davvero tanto.
Fonte:TGcom 24

giovedì 12 marzo 2015

GIAPPONE: POSSIBILE UN TERREMOTO SIMILE A QUELLO DEL 2011

Dopo il sisma di quattro anni fa le placche tettoniche della regione nipponica avrebbero cambiato movimento e posizione

IL DEVASTANTE sisma del 2011 potrebbe aver cambiato per sempre il movimento delle placche tettoniche del Giappone. Lo sostengono alcuni scienziati nipponici che suggeriscono di stare allerta per la possibilità imminenti di altri terremoti di simile entità. Secondo quanto ha riferito la tv pubblica NHK, ricercatori dell'Autorità d'informazione geospaziale, che dipende dal ministero dei Trasporti e infrastrutture, dicono che le placche tettoniche del Paese e della sua regione sono in movimento continuo.

Hisashi Suito, capo della divisione di ricerca sulla deformazione della crosta terrestre della stessa Autorità, ha dichiarato che benché si supponga che le probabilità di un nuovo terremoto debbano diminuire, non è convinto che sia così.

Gli esperti credono che due placche poste di fronte alle coste del Nord-Est del Paese, nell'area dove si produsse il terremotodel marzo 2011, si siano sollevate di oltre 20 metri. Dopo aver esaminato le attività sotto i fondali marini, hanno osservato che una delle placche si è spostata di 95 centimetri verso Est, nei pressi della penisola di Oshika, nella provincia de Miyagi, sprofondata di 120 centimetri per il terremoto e da allora risalita di 39 centimetri.

Secondo gli scienziati, la causa di questo movimento, che ha interessato un'ampia zona a Sud di Hokkaido, è dovuta allo sfogo di "stress geologico". Secondo Suito, il fenomeno si sta sviluppando non solo nella placca di fronte alle coste del Nord-Est, ma anche nel Giappone interno. Il ricercatore segnala la necessità di stare allerta per un terremoto simile a quello che nel 2011 generò lo tsunamiabbattutosi sulla costa di Tohoku, dove si contarono 18.000 tra morti e dispersi. L'11 marzo ricorre il quarto anniversario della tragedia.

 fonte: Repubblica.it

mercoledì 11 marzo 2015

FROSINONE: SCOPERTA UNA TOMBA VOLSCA DURANTE LA STESURA DELLA FIBRA OTTICA

Il loculo contiene uno scheletro di 2.500 anni fa e arredi funerari, vasi di ceramica e di bronzo, oggetti di ferro

FROSINONE - Le moderne tecnologie s’imbattono nella storia e riportano a galla antiche testimonianze. Erano impegnati a installare cavi per la fibra ottica quando da uno scavo, profondo soltanto poco più di un metro, è emersa una tomba volsca. A Frosinone spuntano nuovi tesori. La scoperta è avvenuta in piazzale De Matthaeis, nel cuore della parte bassa del capoluogo ciociaro.


Resti umani e vasi
Durante i lavori, di fronte al Grattacielo, all’incrocio tra viale Roma e via Mària. è venuto alla luce un loculo (sarebbe la cinquantesima scoperta del genere nella zona) con resti umani, arredi funerari, vasi di ceramica e di bronzo, oggetti di ferro, tutto di età preromana. Lo scheletro del volsco, vissuto 2500 anni fa, è in cattivo stato di conservazione. I reperti, dopo l’intervento della Soprintendenza ai Beni archeologici del Lazio con il funzionario Alessandro Betori, sono stati «impacchettati» e trasferiti al Museo comunale, che resta in attesa di essere ampliato. La nuova scoperta testimonia lo straordinario patrimonio archeologico del capoluogo ciociaro che ora in tanti chiedono di difendere e valorizzare.

Sorprese infinite
Il sindaco di Frosinone, Nicola Ottaviani, assicura l’impegno dell’amministrazione comunale per arrivare, quanto prima, al restauro dei reperti rinvenuti. «Tutta l’area da Piazzale De Matthaeis allo stadio Matusa – dice Ottaviani – è di grandissimo pregio archeologico. Il problema, adesso, è di mettere a sistema tale straordinario patrimonio storico per riportarlo il più possibile alla luce e farne motivo di richiamo per la città. In questo senso – continua - penso anche a una convenzione con qualche università per portare avanti, insieme alla Soprintendenza, le attività di studio e di ricerca».

L’anfiteatro «sepolto»
Per il primo cittadino «se nella zona di De Matthaeis si continua a scavare – conclude – di sicuro emergono altri eccezionali reperti». Più difficile, se non impossibile, sarà invece valorizzare nella stessa area, in viale Roma, l’anfiteatro romano risalente alla fine del primo secolo dopo Cristo. L’antica struttura, capace di contenere fino a duemila spettatori, oggi si trova, infatti,sotto il garage di un palazzo costruito negli anni Sessanta. La storia sepolta dal cemento.


di Antonio Mariozzi (Corriere.it)

martedì 3 marzo 2015

CNR: DIMOSTRATA L'ESISTENZA DEL "NASTRO DI MOBIUS"

L'esistenza del nastro di Mobius, una particolare figura geometrica, è stata dimostrata sperimentalmente per la prima volta nella struttura della luce. Questa forma geometrica consiste in un nastro che si richiude su se stesso dopo una mezza torsione, tanto da congiungere in modo continuo una faccia con l'altra. A raggiungere questo risultato è stata una collaborazione internazionale che vede coinvolto l'Istituto Spin del Cnr. Il lavoro è stato descritto su Science.


In natura, la formazione spontanea di strutture con questa forma è estremamente rara: del tutto inattesa, quindi, era stata la previsione teorica, dieci anni fa, che nella struttura elettromagnetica della luce potessero celarsi piccoli nastri di Mobius. "Per meglio comprendere tali strutture, bisogna partire dalla natura di onda elettromagnetica della luce", ha spiega Lorenzo Marrucci di Spin-Cnr.

"In un fascio luminoso ci sono un campo elettrico e un campo magnetico che oscillano ad altissima frequenza. Seguendo nel tempo l'oscillazione del campo elettrico dell'onda, per esempio, si scopre che in certe condizioni essa tende ad avvenire in una direzione ben precisa nello spazio, che definisce la cosiddetta polarizzazione della luce. La direzione di polarizzazione non è però necessariamente uniforme, può variare da punto a punto". Di solito tali variazioni sono limitate e quindi non definiscono strutture troppo complicate.

"In opportune condizioni di preparazione del fascio di luce, realizzabili mediante l'utilizzo di una tecnologia innovativa sviluppata proprio nel nostro gruppo di ricerca di Napoli, si può ottenere invece un fascio di luce la cui direzione di polarizzazione varia nello spazio in modo da descrivere un nastro di Mobius, percorrendo un giro attorno all'asse del fascio", dice Marrucci. "Questo si verifica solo in una regione di spazio molto piccola, dell'ordine di pochi micrometri, in prossimità del punto focale del fascio. La visualizzazione di tale complessa struttura tridimensionale su scala nanometrica ha pertanto richiesto una tecnologia anch'essa del tutto innovativa, sviluppata solo l'anno scorso in Germania".

fonte: Repubblica.it

domenica 4 gennaio 2015

UDINE: boato sentito in tutta la città,

Decine di telefonate al centralino dei carabinieri e sul web si contano a centinaia i commenti: potrebbe trattarsi dell’effetto sonoro dell’onda di pressione di un meteorite..

UDINE, Gennaio 2015. Un forte boato è stato avvertito intorno alle 21 in tutta la città e anche oltre. Dalla zona di via Cividale, dove diverse persone sono scese in strada preoccupate, a viale Palmanova, da Beivars a Cussignacco, fino al comando dei vigili del fuoco in via Popone e addirittura a Passons e Martignacco, come pure in viale Tricesimo e alle porte di Pradamano. In pochi secondi il web si è riempito di commenti più o meno allarmati.
Sul profilo Facebook del gruppo “Sei di Udine se” in meno di un’ora il botta e risposta ha superato quota 200 interventi tra chi ha raccontato di aver sentito vibrare i vetri delle finestre e chi si è pure improvvisato “detective” facendo su e giù per la zona di via Cividale nella speranza di capire cosa possa essere successo.
Anche i carabinieri hanno ricevuto decine di telefonate, ma nessuno ha saputo fornire indicazioni utili per dare una risposta a quello che di fatto è diventato un vero e proprio “giallo”. In molti hanno azzardato delle ipotesi: dal jet che ha rotto il muro del suono, a un botto di capodanno da record, passando per il terremoto (fortunatamente subito escluso) all’esplosione di cui però non c’è stata alcuna traccia. Forze dell’ordine e vigili del fuoco erano pronti a intervenire, ma il botto non sembra aver lasciato tracce di sé. Per il momento la causa resta un mistero.
Potrebbe trattarsi di un meteorite. Il botto in questo caso non sarebbe causato dall'impatto al suolo ma dall'onda di pressione prodotta dall'attraversamento dell'atmosfera a velocità supersonica della roccia che solitamente si disgrega prima di cadere a terra.

di Cristian Rigo (Messaggero Veneto)

Russia, giallo su "lampo" sugli Urali. Meteora o altro?

Scienziati divisi. Autorità locali: forse esercitazioni militari


Novembre 2014 (ANSA)Giallo sul gigantesco lampo di luce arancione che per una decina di secondi ha illuminato il cielo sopra la citta' di Rezh, nella regione di Sverdlovsk, sugli Urali. A cinque giorni dal misterioso fenomeno - finito su Youtube dopo essere stato fotografato e filmato da varie persone - scienziati e servizi di emergenza si stanno ancora sforzando di trovare una soluzione: divisi tra l'ipotesi di esercitazioni militari e quella di un nuovo meteorite, come quello caduto nel febbraio 2013 a Celiabinsk, sempre sugli Urali.

Il video pubblicato su YouTube

Il meteorite caduto nel 2013 causò oltre mille feriti (in gran parte per i vetri infranti) e danneggio' numerosi edifici. I servizi di emergenza assicurano tuttavia che questa volta non e' stato rilevato alcun incidente legato all'evento. Secondo il portale locale E1.ru, i dirigenti della protezione civile hanno ipotizzato che dietro al lampo di luce ci possa essere in effetti l'esercito, forse nell'ambito di un'operazione per far brillare dell'esplosivo, anche non sono stati uditi rumori di esplosione. Anche l'amministrazione cittadina ritiene plausibile questa possibilita'. L'esercito del resto nega: ''quel giorno non erano in corso esercitazioni o addestramenti, e nessuna unita' militare ha base nella regione, quindi non abbiamo nulla a che fare con questo'', ha riferito un portavoce delle forze armate a E1.ru Un'altra ipotesi e' quella della collisione di un asteroide con l'atmosfera terrestre.
''Sembra un bolide (meteorite, ndr) che cade. A causa delle copertura nuvolosa bassa, avrebbe cessato di esistere sopra le nubi e illuminato il cielo intero'', ha azzardato Viktor Grokhovski, della commissione meteoriti dell'Accademia russa delle Scienze. L'astronomo Vadim Krushinsky dubita della teoria invece del collega, sostenendo che il colore del lampo non corrobora la tesi dell'asteroide. La tonalita' del fascio di luce dipende dalla temperatura del corpo celeste e i lampi causati dai bolidi sono generalmente piu' bianchi, ha spiegato a Ekburg.tv. E ha quindi suggerito l'ipotesi del lancio di un razzo, ricordando che una rotta dei lanci dal cosmodromo di Plesetsk si trova sopra questa area.
L'agenzia spaziale russa, a sua volta, ha riferito peraltro che l'ultimo lancio dal cosmodromo di Plesetsk risale al 29 ottobre, mentre il prossimo e' programmato per il 24 novembre. Per ora il mistero rimane.

giovedì 1 gennaio 2015

Desert breath: la spirale nel deserto



Una spirale grande come 10 campi da calcio, un pentagramma e altri simboli misteriosi avvistati su Google Maps. Arrivano gli alieni? No: ecco chi li ha tracciati e perché.

Sarà la forma a doppia spirale, sarà la superficie di quasi 100.000 metri quadrati - più o meno quella di 10 campi da calcio - sarà il fatto che sorge nel cuore dell’Egitto, ma questa grande struttura eretta lungo le rive del Mar Rosso ha un che di esoterico.



Che sia in qualche modo collegata alle piramidi e ai loro misteri ancora irrisolti? Che siano le antiche tracce del contatto tra uomini e civiltà extraterrestri?

Mistero svelato

Niente di tutto questo: Desert Breath è un’installazione realizzata nel 1997 da tre artisti, Danae Stratou, Alexandra Stratou and Stella Constantinides, che, come si legge nel loro sito, hanno voluto celebrare in questo modo il deserto come “stato e paesaggio mentale”.  E che recentemente è ritornata in auge perché ripresa e visibile su Google Maps.



Castellone di sabbia

Certo è che vista dall’alto grazie a Google Maps fa davvero impressione. Siamo a El Gouni, non lontano dalla rinomata località turistica di Hurgada, in Egitto. Costruita con coni verticali e buche complementari di forma conica, Desert Breath è stata realizzata interamente in sabbia. E infatti si sta pian piano sbriciolando a causa dell’azione erosiva dei venti del deserto. I coni si abbassano, le buche si riempiono e l’opera, secondo i suoi autori, sarebbe uno strumento per misurare lo scorrere del tempo.



Al centro di Desert Breath, fino a qualche anno fa,
vi era un laghetto artificiale che ora si è prosciugato (da danaestratou.com)

Pentagrammi, diamanti e altri simboli molto terrestri

Desert Breath non è comunque l’unica stranezza che si può avvistare su Google Maps: nelle steppe del Kazahkastan, in un angolo di terra battuta dai venti vicino alle sponde di un lago desolato, spicca un grande pentagramma iscritto in un cerchio tracciato nel terreno. Non arrovellatevi, diavoli e streghe qui non c'entrano: è solo la traccia di una strada mai costruita progettata ai tempi dell’URRS (la stella nel cerchio era uno dei simboli del comunismo), come vi abbiamo raccontato.


Nei pressi di Trementina, nel deserto del New Mexico, si possono invece avvistare due enormi diamanti iscritti in cerchi sovrapposti: siamo a sole 3 ore di auto da Roswell e dall’Area 51 ma questi simboli non hanno nulla di extraterrestre. Sorgono infatti su un terreno di proprietà della comunità di Scientology, che ha qui una delle sue sedi.







giovedì 17 luglio 2014

Misterioso cratere in Siberia - Alieni o fenomeno naturale?

"E' stato inviato un team di scienziati sul posto", hanno spiegato i media locali. La causa dell'improvvisa comparsa del buco (largo 262 metri) in Yamal, "la fine del mondo", ancora non è noto.

Ecco le straordinarie immagini aeree che mostrano un cratere misterioso largo fino a 262 metri, in Siberia, nella penisola di Yamal della Russia settentrionale. "

C'è chi ha pensato subito agli extraterrestri. In realtà, potrebbe essere stato l'esplosione di gas sotto la superficie, che poi è esplosa come un tappo di champagne.
Fonte: TGCOM24 Mediaset

giovedì 10 luglio 2014

Scoperto dente da latte di bambino di 600mila anni fa a Isernia



Un dente da latte. È la testimonianza diretta del bambino più antico d’Italia («almeno quello finora ritrovato»), risalente a 586mila anni fa.


Si tratta di un primo incisivo superiore sinistro da latte di un bimbo deceduto all'età di circa 5-6 anni, vissuto per brevissimo tempo in quella che oggi viene considerata dagli studiosi come una delle comunità più antiche, se non «la più antica» d'Europa, vale a dire il cosiddetto Uomo di Isernia, riferibile al grande gruppo di Homo heidelberghensis comparso in Europa a partire da 600mila anni da oggi.

Il minuscolo reperto umano, grande appena sette millimetri, è riaffiorato in una porzione del vasto giacimento paleolitico “La Pineta” di Isernia, cuore dell’area di scavo, legata al nuovo Museo nazionale del Paleolitico di Isernia. Il ritrovamento risale a due mesi fa, durante una campagna di scavo condotta dalla Soprintendenza ai beni archeologici del Molise e dall'Università di Ferrara, sotto la direzione scientifica di Carlo Peretto. Ma la notizia è stata data solo ieri, alla conclusione delle prime analisi. Una scoperta che gli esperti non hanno dubbi a definire «straordinaria». Innanzitutto perché fino ad oggi da questo sito, la cui scoperta risale comunque a ben oltre trent’anni fa, erano emerse sì tracce del passaggio dell'uomo, ma non erano mai stati trovati resti umani diretti. Poi, perché questo reperto documenta una fase preistorica di cui ad oggi «non si conosce nulla in Europa», avverte con un pizzico di emozione Carlo Peretto.

A parte la mandibola umana rinvenuta a Mauer in Germania con una attribuzione cronologica di circa 600 mila anni fa, in Italia non sono mai stati trovati resti umani riferibili all’Homo heidelbergensis, antenato dell'Homo di Neanderthal, che in Europa scompare a partire da 40mila anni da oggi, lasciando poi spazio all’Homo Sapiens. «Il dente da latte non è caduto naturalmente, perché ha ancora la sua radice completa, non riassorbita - avverte Peretto - a dimostrazione che il bimbo è morto, e il dente si è staccato in epoche successive». In quest’epoca la mortalità infantile era molto alta. Stabilire il sesso dell’infante sarà difficile, troppo piccolo il reperto per effettuare prelievi di Dna. Eppure, il dente riesce ad anticipare qualche dettaglio sull’ identikit del bambino.

L’IDENTIKIT
«Il dente si presenta abbastanza usurato sulla superficie, segno che il bambino ha seguito un’alimentazione coriacea, dura - dice Peretto - Ma dobbiamo ancora fare indagini microscopiche a scansioni sulle strie del dente per capire esattamente quale poteva essere la dieta, il tipo di masticazione e il materiale masticato». È chiaro che dai reperti dello scavo, i paleontologi sanno che l’apporto di carne doveva essere notevole, vista la quantità di rinoceronti, bisonti, elefanti, cervi e altre specie ritrovate nel giacimento nel suolo frequentato da questa comunità umana. Ma non si può escludere che facesse uso di frutta, semi, tuberi. Arduo ancora decifrare le cause della morte del bimbo, a meno che non vengano trovate ossa con particolari patologie («ma nella ricerca non si esclude mai nulla», dice Peretto). «Il dente del bambino dunque rimanda ad una fase di grande transizione avvenuta in Europa, legate all’attività umana di lavorazione della pietra, di scheggiatura e costruzione di strumenti litici. «Certo è che il dentino dà comunque un senso di tenerezza a tutta la scoperta», riflette Peretto. Da un reperto così piccolo, una storia così grande.



Fonte: Il Messaggero.it - Spettacoli e Cultura

Porto, archeologi svelano cantiere navale e residenza marmorea di Traiano



Le dimensioni dovevano essere imponenti, quasi colossali, che potrebbero competere oggi con i cantieri navali delle più moderne città portuali del terzo millennio. Solo i resti di pilastri crollati, agli occhi esperti degli archeologi, lasciano intuire un’altezza delle murature delle aule di oltre dodici metri, ma senza contare le volte delle coperture. Nella vasta area di scavo dell'antica città di “Portus” (Porto a Fiumicino), il grandioso insediamento portuale voluto dagli imperatori Claudio e Traiano e sviluppatosi tra il I e il II secolo d.C., ad aver entusiasmato gli archeologi è il complesso architettonico identificato con i cosiddetti “Navalia” imperiali, ossia gli arsenali di Traiano, un edificio che poteva avere anche una funzione militare. «Finora le indagini avevano raggiunto i livelli delle strutture più tarde, frutto di rimaneggiamenti successivi, che avevano documentato le fasi di abbandono - racconta Renato Sebastiani funzionario della Soprintendenza archeologica e responsabile dell’area - ma ora abbiamo trovato i piani originali dell’età di Traiano, strutture che hanno tutte le caratteristiche per essere identificate come arsenali». Ecco svelato, dunque, il gioiello architettonico del porto: «Un monumentale edificio - avverte Sebastiani - che si ergeva sull’istmo di terra tra le acque del molo di Claudio e il bacino di Traiano, caratterizzato da gigantesche navate alte oltre dodici metri, scandite da possenti pilastri che oggi possiamo ricostruire dai reperti crollati». Con uno sforzo di immaginazione, bisogna ricordare come questo sito fosse il nuovo porto imperiale (dopo Ostia) al servizio di Roma, animato da frenetiche attività. E l’edificio oggi identificato con i “Navalia”, nei secoli ha subito gradualmente delle trasformazioni.



LO SCAVO

A descriverne le fasi, in un viaggio a ritroso nel tempo, sono proprio i dati emersi dallo scavo. «Abbiamo rinvenuto delle tombe che risalgono alla fase più tarda - avverte Sebastiani - Poi abbiamo riportato alla luce i livelli di strutture identificate come magazzini, e ora abbiamo trovato i piani originali di epoca traianea, di quelli che sembrano essere effettivamente gli arsenali». Fervono i lavori in questo sito in consegna alla Soprintendenza, che di recente è stato visitato dal ministro per i Beni culturali Dario Franceschini che ha annunciato l’apertura entro l’estate di una conferenza di servizi per definire un piano strategico di valorizzazione dell’area. Annunci a parte, comunque, i fasti della città imperiale stanno riaffiorando in un virtuoso scavo internazionale che grazie alle convenzioni della Soprintendenza vedono schierati l’équipe dell’École française e quella della University of Southampton, diretta da Simon Keay. Se a novembre 2013 gli studi di Keay avevano potuto elaborare una prima ricostruzione del grandioso palazzo imperiale, ora riaffiora una nuova zona residenziale del palazzo, con uno spazio adibito a latrina, che potrebbe articolarsi su tre piani. Sono stati trovati infatti una serie di ambienti sontuosi, riccamente decorati, con pavimenti in opus sectile, caratterizzati cioè da tarsie marmoree, e porzioni di splendidi mosaici con intarsi in pasta vitrea policromi. Una stanza, poi, una sorta di disimpegno, sta restituendo in questi giorni un mosaico a tessere bianche con il bordo impreziosito da raffinati disegni di motivi a spirali intrecciate, con intarsi gialli e neri. «Il Palazzo imperiale era il cuore amministrativo del porto - conclude Sebastiani - Affacciava sul mare, rivolto al molo di Claudio. Qui forse risiedeva il prefetto del porto, e il comando della flotta. Qui soggiornava l’imperatore». Un tesoro che regala sempre sorprese.



fonte: Il Messaggero.it - Spettacolo e Cultura